11 - Il Foglia
In età classica il fiume Foglia era noto come Isaurus (o Pisaurus). Da questo idronimo derivano sia il nome antico della città di Pesaro (Pisaurum), sia il toponimo del borgo alto-valledano Belforte all'Isauro.Il passaggio da Isaurus a Foglia non è del tutto certo e le ipotesi sono diverse.
Il tratto della Bassa Valfoglia compreso tra Morciola, Bottega e Talacchio rappresenta un punto cruciale del territorio dal punto di vista idrogeologico, geomorfologico e dell'infrastrutturazione umana.
La piana di Bottega e Morciola è caratterizzata da diversi livelli di terrazzi fluviali formatisi durante le variazioni climatiche di secoli fa. I depositi sono prevalentemente ciottoloso-sabbiosi e ricoperti da limi ed argille, rendendo il fondovalle una fascia di elevata permeabilità rispetto ai versanti marnoso-arenacei circostanti.
Fino all'inizio del Novecento, l'area tra Morciola e Bottega presentava ampie fasce paludose o soggette ad allagamento (le cosiddette "are"). I grandiosi lavori di sistemazione idraulico-agraria e la bonifica hanno trasformato il fondovalle in uno dei distretti agricoli più produttivi della provincia, poi convertito nella seconda metà del '900 in un importante polo artigianale e industriale.
Ma soprattutto, l'abbondanza di acqua alla confluenza ha favorito la nascita di una fitta rete di fossi artificiali e derivazioni per l'alimentazione di mulini da grano e opifici fin dal periodo malatestiano e feltresco, determinando l'organizzazione degli insediamenti rurali storici della zona.
Interessante è che antichi documenti attestano che il Foglia fosse navigabile, utilizzato come una arteria commerciale tra le campagne e la costa, soprattutto per il trasporto dei prodotti agricoli. Fin dal 1700 la frutta coltivata nei poderi e nelle tenute della vallata veniva caricata in imbarcazioni che percorrevano il Foglia fino a Pesaro, dove poi venivano vendute nel mercato cittadino. I guadagni venivano registrati nei documenti contabili e nell'archvio di Sant'Angelo in Lizzola si conserva "Il libro delle pere e altri frutti di campo" un registro del 1500 in cui venivano annotati i profitti derivati dalla vendita della frutta trasportata via fiume. Tra le colture di pregio c'erano i famosi fichi secchi di Sant'angelo in Lizzola, che erano anche il tributo simbolico che il conte Giulio Cesare Mamiani inviava ogni anno al duca di Urbino: dodici mazzi di fichi secchi.