Oggi del castello di Talacchio non rimane nulla se non pezzi di mura e di detriti ormai coperti dalla vegetazione. Via del borgo rimane a ricordare che chi saliva verso Talacchio arrivava  qui e che gran parte della vita quotidiana del castello si è svolta proprio in questa via. Si trovava qui infatti nel 1400 un hospitale  di S.Maria, cioè un ricovero per viandanti , malati e pellegrini, una costruzione molto modesta che comprendeva una stanza grande  che serviva per le adunanze della comunità,  una camera per gli infermi e i pellegrini e altre piccole stanze per il custode. Nel borgo si trovavano case di artigiani, braccianti. 

Fuori dal borgo c’erano gli orti – e la piccola stradina di fronte a via del borgo si chiama proprio via degli orti - e le fosse del letame degli animali che erano tenuti nel centro abitato  che fungeva da concimazione dei terreni. Nei giorni feriali poteva capitare di vedere il passaggio delle mucche e dei buoi, che venivano accompagnati dai coloni vicini a bere acqua fresca e pulita in una vasca che oggi non c’è più.

Sappiamo, dal libro di Gabriella Arceci Testasecca Il mio paese. L’area del borgo è rimasta la zona vitale del paese fino a tempi relativamente recenti: qui si trovava il lavatoio, oggi visibile affacciandosi dal muretto  a destra della via, dove le donne lavavano i panni e li stendevano a “sciorinare” sulle siepi e sui prati. 

C ’era anche  il forno pubblico, ormai inglobato in una abitazione e il bagno pubblico. Gabriella Arceci Testasecca racconta che “ il forno a piano terra  vicino al negozio dei “psinsant”, i confetti colorati,  venduti da sora Elvira, una donna piccinina piccina che non sempre aveva voglia di scendere le scale per vendere solo un soldo della golosità dei piccoli”  ; il forno era tenuto da Clarice, tornata dal Canada insieme alla famiglia. “Nei giorni feriali  c’era sempre qualcuno che doveva cuocere il pane, che durava una settimana. 

La fornaia scaldava il forno con legna secca e arbusti, lei e i proprietari di turno seguivano il ritmo della cottura chiaccherando” Durante la settimana santa diventava un luogo di incontro  e i bambini aspettavano felici di pulire i recipienti in cui erano stati preparati i dolci. E sempre all’inizio di via del borgo c’era i gabinetti pubblici. Poche case avevano i servizi igienici.

 I gabinetti, scrive sempre Gabriella Arceci Testasecca, “odoravano d creolina perché le donne ogni mattina coni secchi in mano, si ritrovavano per depositare i “bisogni” fatti durante la notte e si scambiavano i primi racconti e i programmi per la giornata. C’era inoltre un vascone, dove i coloni facevano abbeverare i buoi fischiettando una nenia che faceva rimettere il muso in acqua agli animali per riempire il loro stomaco d’acqua. 

Nel borgo c’era anche un capannone, deposito di materiale edilizio dei fratelli Mulazzani, valenti costruttori. A carnevale il deposito si trasformava in salone da ballo, sempre pieno di gente del posto e di vicini. Alla fine del periodo allegro alcune coppie si fidanzavano e il fidanzamento di concludeva con il matrimonio.

Davanti alla via del borgo c’è la chiesa di San Michele Arcangelo  che era solo una delle diverse chiese ( si dice 6) presenti nel territorio e che per molto tempo non è stata la principale per gli abitanti.

La strada che si apriva da lì era dominata dal “buio pesto all’imbrunire invernale. I lampioni pubblici erano quattro in tutto: uno all’inizio del paese, uno nella piazzetta, uno verso il gabinetto e uno vicino alla canonica. Poi…oscurità che si taglia con il coltello”.